Usa. Boom di antidepressivi prescritti ai neonati

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Sale sempre di più l’uso di medicinali antidepressivi nei bambini americani, e il quotidiano statunitense The New York Times lancia l’allarme. Negli Stati Uniti, le prescrizioni di pillole contro i deficit di attenzione e iperattività (ADHD) ai giovani al di sotto dei 16 anni è salito di un terzo negli ultimi 2 anni, mentre l’uso di antidepressivi è in aumento del 6 per cento rispetto allo scorso anno. Quasi 20.000 prescrizioni di RISPERIDONE (comunemente noto come Risperdal), QUETIAPINA (Seroquel) e di altri farmaci antipsicotici sono stati prescritti nel 2014 ai bambini da 0 a 2 anni, con un aumento quasi del 50 per cento rispetto alle 13.000 dell’anno prima, secondo la società IMS Health, la multinazionale che supporta l’industria farmaceutica attraverso la fornitura di informazioni, analisi e servizi di consulenza. I dati della società non indica quanti bambini hanno ricevuto queste prescrizioni, ma studi precedenti suggeriscono che il numero sia almeno intorno ai 10.000. La prescrizioni dell’ANTIDEPRESSIVO FLUOXETINA (Prozac) è aumentato del 23 per cento in un anno, pari a circa 83.000. Lo riportano dati ottenuti dall’ IMS Health, riportato sul tabloid americano. In Italia i pazienti in età pediatrica – tra 0 e 14 anni – sono 8.103.000. Di questi, secondo il Ministero della Salute, almeno 730.000 (9%) soffrirebbero di turbe psichiche e disagi mentali. Ogni giorno 30-35.000 bambini italiani assumono antidepressivi che inducono potenzialmente al suicidio, e uno su quattro (25%) mostra dipendenza dal farmaco, secondo uno studio della Glaxo. Eppure nessuno di questi psicofarmaci è autorizzato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) per terapie in età pediatrica, salvo l’eccezione del Prozac, autorizzato il 26 marzo 2007. Niente di illegale. Il medico è autorizzato a prescrivere farmaci a minori anche se non sono indicati per quel trattamento. Dati allarmanti, ma “si tratta solo di una sottostima?. Il calcolo si basa sul numero di ricette rimborsate dal Sistema sanitario nazionale per antidepressivi prescritti ai minorenni e non tiene conto dei farmaci prescritti dai medici privati. Il problema non riguarda soltanto gli psicofarmaci. Almeno il 30% dei farmaci prescritti dal medico di famiglia, il 60% di quelli somministrati in ospedale e la quasi totalità delle medicine impiegate in trattamenti intensivi, non sono registrati per i bambini. Il problema a monte è che la maggioranza dei farmaci non sono testati sui bambini. Non avendo dati certi, ogni volta che si prescrive un farmaco nuovo ad un bambino, si guarda cosa succede a posteriori. Il farmaco più utilizzato in Italia non è la fluoxetina (Prozac). Sono soprattutto gli antidepressivi più recenti. Tra i più usati ci sono quelli più controindicati. Sono la Paroxetina (Plaxil, Seroxat, Sereupin), e la Venlafaxina (Efexor, Faxine). Entrambi già accusati da studi accademici di gravi effetti collaterali, tra cui l’induzione al suicidio. Proprio per tali ragioni, già nel 2005 la Food & Drug Administration (FDA), l’Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali degli Stati Uniti che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, aveva obbligato i produttori dei principali antidepressivi ad aggiungere sulle etichette un avvertimento ai consumatori sul fatto che gli antidepressivi possono aumentare il rischio di suicidio.A preoccupare l’ente era già all’epoca la circostanza che le vendite di questi farmaci segnavano una parabola ascendente che pareva inarrestabile non solo negli USA ma anche in tutti i paesi sviluppati, compreso l’Italia. L’industria del settore, infatti, segna da tempo cifre con aumenti a due cifre anno dopo anno anche a causa degli investimenti delle stesse imprese farmaceutiche capaci di spendere miliardi ogni anno per pubblicizzarli e stimolarne le vendite. Una catena di incentivazione che fa un pressing asfissiante sui medici ed arriva a milioni di pazienti. Anche perché nel tempo è aumentata anche l’”offerta” di prodotti: ai classici farmaci “triciclici” già in uso dagli anni Sessanta si sono affiancati nel corso dell’ultimo cinquantennio prodotti considerati più selettivi e meno tossici.Il panorama è così variegato che ormai ne esistono di ogni tipo: alcuni agiscono solo sulla serotonina, altri solo sulla noradrenalina, altri ancora su tutti e due i mediatori chimici. Lo sviluppo di tali prodotti farmaceutici fa leva sulle teorie secondo le quali l’ampliamento dei mediatori chimici quali quelli menzionati, possa avviare procedure biologiche tali da causare un progressivo miglioramento della depressione. Tra le ragioni dell’aumento delle vendite, oltre a quelle già sottolineate, la più significativa sta nel fatto che questi farmaci si utilizzano per curare situazioni che spesso nulla hanno a che fare con la depressione, un’importante e grave malattia psichica che richiede adeguate terapie. Accade troppo spesso che invece vengano trattati con i farmaci anche gli “stati depressivi” che sono tutt’altra cosa. Se qualcuno vive una situazione difficile nella propria vita, per esempio perde un parente o il posto di lavoro, si trova in difficoltà economiche, si vede troncare una relazione d’amore, anziché assumere farmaci dovrebbe primariamente guardare alle proprie risorse interiori, alle proprie energie per superare il momento critico. In alcuni casi è stato dimostrato che l’utilizzo di antidepressivi può addirittura essere negativo, causando a volte, tra l’altro, una riduzione delle nostre capacità di reazione. “Va da sé che indipendentemente dall’opinione delle varie correnti scientifiche sulla bontà o meno dell’assunzione di tali prodotti anche in situazioni non patologiche – afferma Giovanni D’Agata, presidente dello ‘Sportello dei Diritti’ –  una regola dovrebbe essere il faro guida di tutti i cittadini specie nei momenti di difficoltà della vita: non bisogna fare un uso improprio di antidepressivi ed è necessario affidarci sempre allo specialista psichiatra o psicologo, e non a quanto ci dicono i media non specializzati o i consigli di amici e parenti”.

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