L’ultimo Guerriero del Kenya

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È il 21 dicembre 2015 e Salah Farah, insegnante e vice preside della scuola elementare di Mandera, è di ritorno verso la sua città, situata nel nord-est del Kenya. È un viaggio lungo, il pullman è pieno: 60 passeggeri a bordo da Nairobi.
Il bus si ferma. Spari. Uomini col viso coperto, armati ed in uniforme militare salgono ed intimano ai passeggeri di dividersi in due gruppi: i cristiani devono scendere, i musulmani possono rimanere.
Il metodo risuona nelle menti dei viaggiatori in trappola, c’è un’organizzazione nella regione rinomata per la sua modalità di diffusione del terrore: esecuzioni massive di cristiani, i quali devono essere prima individuati nella variegata comunità keniota. Sono gli Al-Shabaab, cellula somala di Al-Qaeda. Gli stessi responsabili della strage nell’Università di Garissa, dove il 2 aprile dello scorso anno 147 ragazzi sono stati uccisi.
Il copione sembra già scritto, ma qualcuno decide di cambiare la trama, anzi, lo decidono tutti insieme. Perché nessuno sul bus asseconda gli ordini dei militanti, addirittura alcuni passeggeri musulmani offrono i loro veli agli altri per rendere il compito agli Al-Shabaab più difficile.
Mr. Farah, insieme agli altri sconosciuti, ormai compagni, chiede ai terroristi di ucciderli tutti senza distinzioni o di andarsene.
Due persone sono rimaste uccise in ciò che è seguito alla coraggiosa mossa dei viaggiatori di Mandera. Il Governatore Ali Roba ha affermato che l’atto di coraggio ha evitato il massacro toccato invece nel 2014 a 28 cristiani, per lo più insegnanti come Salah, durante l’attacco degli Al-Shabaab ad un altro bus, diretto quella volta a Nairobi.
Mr. Farah, colpito al fianco da un proiettile e con diverse ferite dovute a schegge, è morto durante un’operazione dopo un mese trascorso al Kenyatta National Hospital di Nairobi, il 18 gennaio. Salah ha lasciato 4 figli tra i 2 ed i 10 anni ed una moglie incinta.
Il primo aprile il Kenya ha deciso di onorarlo, con il titolo di Grande Guerriero del Kenya, per il suo atto di valore. Una riconoscenza riservata a chi ha reso un servizio encomiabile alla Nazione. Il Presidente Kenyatta, durante il discorso di conferimento dell’onorificenza, ha riconosciuto a Mr. Farah la capacità di vedere, a dispetto della diversa fede, la sacralità di ogni vita umana ed ha voluto dichiarare, al cospetto dei suoi figli, che mai il sacrificio del padre verrà dimenticato e sarà anzi per sempre ammirato.
Salah Farah ed i passeggeri del bus Nairobi-Mandera, così come Rosa Parks o i Freedom Riders degli anni ’60, sono partiti dal mezzo di trasporto più comune, da qualcosa che unisce tutti nel compiere un tragitto, da un bus che deve essere condiviso per andare nella stessa direzione. Tutti loro hanno scelto di opporsi non a singoli uomini, ma ad uno schema di pensiero ed azione che più volte aveva minacciato la loro società, la loro comunità, la loro famiglia, il loro modo di vivere libero nella sua totalità. Per razza, per religione o per qualsiasi altro pretesto più o meno facilmente strumentalizzabile a seconda del periodo storico o della latitudine, l’odio è veloce ad insinuarsi, ma difficilmente può attecchire là dove c’è un’unione coraggiosa che vi si staglia contro. Un coraggio tuttavia non motivato da encomiabili caratteristiche personali, ma dalla convinzione, che tutti possiamo possedere, di essere dalla parte del giusto, dalla frustrazione verso una situazione intollerabile e dall’idea di un futuro malato per i propri figli. Questo è ciò che nella maniera più umana e naturale possibile ha spinto i passeggeri del bus Nairobi-Mandera a rifiutare gli ordini di chi gli puntava contro un kalashnikov. Dimostrando così che è una questione di dignità il pretendere una vita libera di perseguire la propria fede ed i propri ideali; è invece questione di coraggio vedere un’alternativa all’obbedire alle minacce urlate da qualcuno che pretende di decidere per te cosa è giusto o sbagliato, anche rischiando la propria vita. Il Guerriero Salah Farah ha avuto questo coraggio e per questo è giusto che la sua storia venga raccontata.

“Siamo fratelli. L’unica cosa che ci differenzia è la fede, per questo chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani ed ai cristiani di fare lo stesso con noi.” (Salah Farah)

Giada Bono

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