L’amore senza tempo di Pier Paolo Pasolini

0
734

La vita di Pier Paolo Pasolini è stata molto dinamica e travagliata. Nacque a Bologna nel 1922 ma visse i primi suoi anni in Friuli, esattamente a Casarsa, dove perse il fratello Guido durante la guerra. Il suo rapporto con la madre era molto intenso, mentre problematico quello con il padre. Durante la permanenza friulana egli insegnò in una scuola media, in provincia di Pordenone, e fondò con altri amici intellettuali l’ “Academiuta di lenga frulana”. Purtroppo però accadde un avvenimento che cambiò per sempre la sua vita e gli fece perdere il lavoro: venne segnalato ai Carabinieri di Cordovado per corruzione di minorenne e atti osceni in luogo pubblico, e per la sua posizione di intellettuale comunista e anticlericale divenne un bersaglio ideale. Inizia così un periodo molto umiliante di trafila giudiziaria, anche perché lui ammette l’accusa, dicendo che è stato un un’esperienza eccezionale, una sorta di sbandamento intellettuale. Così fugge dal suo amato Friuli e si trasferisce a Roma, dove i primi anni romani sono difficilissimi e tormentati, proiettato in una realtà del tutto nuova e inedita quale quella delle borgate.

Sono tempi d’insicurezza, di povertà, di solitudine quelli dell’intellettuale. Poi, però, incomincia a lavorare a Cinecittà e grazie a un suo amico riesce a trovare lavoro come insegnante presso una scuola di Ciampino: sono gli anni in cui, nelle sue opere letterarie, trasferisce la mitizzazione delle campagne friulane nella cornice disordinata della borgate romane, viste come centro della storia, da cui prende spunto un doloroso processo di crescita. Nasce sostanzialmente il mito del sottoproletariato romano.

Impegnato nella scrittura, nel cinema e nella vita politica sappiamo bene che vive negli anni ‘70, durante la contestazione studentesca. Ma egli pur accettando e appoggiando le motivazioni ideologiche degli studenti, ritiene, in fondo, che questi siano antropologicamente dei borghesi destinati, in quanto tali, a fallire nelle loro aspirazioni rivoluzionarie. La sua vita finisce nel 1975, quando viene ritrovato morto nel litorale romano di Ostia, assassinato da un tale, Piero Pelosi verso cui Pasolini avrebbe tentato un approccio sessuale. Ancora oggi la sua morte risulta un classico giallo all’italiana, perché la verità deve venire alla luce. Intanto il suo corpo giace a Casarsa. Di questo autore sono tante e di diversa natura le opere che ci ha lasciato essendo stato giornalista, regista, sceneggiatore ecc. In questa sede vogliamo parlare di lui in veste di poeta, scegliendo cinque delle sue poesie memorabili.

 

Supplica a mia madre

L’unica donna della sua vita

 

«È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…»

(Da Poesia in forma di rosa, 1961-1964)

 

La figura della madre fu molto importante nella vita psicologica ed esistenziale dell’autore. In Supplica a mia madre, particolarmente struggente, il poeta svela alla madre quel segreto che da sempre conosce in cuor suo e tiene nascosto nella sua anima: l’omosessualità, mai del tutto pienamente accettata da egli stesso; una condizione forse da attribuirsi al suo amore unico, insostituibile, per questa donna genitrice, e la sua impossibilità di amare qualsiasi altra donna. E non accettando pienamente questa condizione, la sua ricerca sembra volta a «corpi senza anima», perché la sola anima che può amare è quella della madre, da cui nasce l’angoscia che lo tormenta. «Sei insostituibile» le scrive, e le chiede di non morire mai.

 

Alla mia nazione

Il decadimento di una intera società

 

«Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.»

(Da La religione del mio tempo, 1961)

 

 

In Alla mia nazione il poeta visiona e rappresenta le contraddizioni, la decadenza, il genocidio culturale di un’intera nazione. Disgustato, frastornato, sconvolto da una società sepolta dalla corruzione e dal degrado egli cerca di ritrovare nei versi della purezza poetica la vita pudica ormai persa per sempre. Qui è accentuato il suo dramma: nel momento in cui osserva lo sgretolamento repentino della cultura, dei costumi, della moralità italiana attraverso la depravazione, l’abbrutimento, il decadimento di un’intera società egli diventa sempre più affamato di semplicità e di spontaneità. A causa delle incriminazioni per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico egli è costretto ad allontanarsi dai luoghi dello scandalo, quelli friulani. Così il poeta scopre la città di Roma, dove intravede, nuovamente, il vizio, il peccato, la violenza che si insinuano tra i vicoli di Trastevere e le borgate, oscurando il bagliore della tanta desiderata innocenza. Roma, però, nello stesso tempo affascinante e spaventosa, intrigante e peccaminosa, rapisce il poeta, rubandogli per sempre la vita stessa.

 

Gli Italiani

La depravazione che cancella l’intelligenza

 

«L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,
di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza –
alzare la mia sola puerile voce –
non ha più senso: la viltà avvezza
a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.»

(Da Poesia in forma di rosa, 1961-1964)

 

Ancora una volta è presente il tormento di chi ama il proprio paese e lo vede impotente andare alla deriva. Chi sono Gli Italiani? Un popolo che ha ceduto al degrado in cambio del potere. Pasolini è un visionario, ha capito che l’Italia è stata ceduta alla corruzione, dove la meritocrazia non avrà mai un peso specifico. Capisce che sta prendendo piega l’indifferenza verso i valori buoni e la «soave saggezza» di cui vantava un tempo, e quell’intelligenza che contraddistingue gli intellettuali che si battono per i valori veri e importanti non viene presa in considerazione. Ormai tutto sembra perduto, quindi non resta che morire, come di fatto gli accade.

 

 

Alla bandiera rossa

Quando il colore era portatore di idee rivoluzionarie

«Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui esista:
chi era coperto di croste è coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese africano,
l’analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.»

(Da La religione del mio tempo, 1961)

 

Alla bandiera rossa è una forte polemica al PCI del suo tempo. Il colore rosso era il simbolo delle attese marxiste, dopo una lunga stagione di lotte. Adesso però questo stesso colore viene usato strumentalemte da «chi conosce solo il tuo colore»: forse una bandiera rossa non servirà a riscattarci, la falce e il martello sono simboli antichi e da sostituire con un trattore e un arnese più tecnologici, e forse i comunisti sono nostalgici e piace loro vivere nelle riserve indiane… ma di sicuro certe battaglie, il senso profondo che c’era dietro a quel simbolo sono meglio rappresentati da questa bandiera che ricorda il sangue versato, piuttosto che dagli altri annacquati colori che compaiono sulle altre nuove formazioni di sinistra, volendo fare un paragone con il mondo contemporaneo, che invitano a seguire, come modello, una persona e non una ideologia, oppure invitano ad una stretta di mano l’imprenditore con l’operaio, facendo finta che le due posizioni fossero sullo stesso piano. Ma la rossa bandiera è destinata a diventare «straccio, e il più povero ti sventoli».

 

Sesso, consolazione della miseria

Il rifugio di tutti, anche dei poveri

 

«Sesso, consolazione della miseria!
La puttana è una regina, il suo trono
è un rudere, la sua terra un pezzo
di merdoso prato, il suo scettro
una borsetta di vernice rossa:
abbaia nella notte, sporca e feroce
come un’antica madre: difende
il suo possesso e la sua vita.
I magnaccia, attorno, a frotte,
gonfi e sbattuti, coi loro baffi
brindisi o slavi, sono
capi, reggenti: combinano
nel buio, i loro affari di cento lire,
ammiccando in silenzio, scambiandosi
parole d’ordine: il mondo, escluso, tace
intorno a loro, che se ne sono esclusi,
silenziose carogne di rapaci.
Ma nei rifiuti del mondo, nasce
un nuovo mondo: nascono leggi nuove
dove non c’è più legge; nasce un nuovo
onore dove onore è il disonore…
Nascono potenze e nobiltà,
feroci, nei mucchi di tuguri,
nei luoghi sconfinati dove credi
che la città finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti
e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti.

 

Nella facilità dell’amore
il miserabile si sente uomo:
fonda la fiducia nella vita, fino
a disprezzare chi ha altra vita.
I figli si gettano all’avventura
sicuri d’essere in un mondo
che di loro, del loro sesso, ha paura.
La loro pietà è nell’essere spietati,
la loro forza nella leggerezza,
la loro speranza nel non avere speranza.»

(La religione del mio tempo, 1961)

 

Il sesso è la «consolazione della miseria», da sempre, perché anche chi non possiede niente non ha altra consolazione se non quella di perdersi nell’ebbrezza del piacere, ed alleviare così il peso della grama esistenza. Sono stati scritti fiumi di parole in proposito, quasi tutti da scrittori borghesi che guardavano dall’alto il mondo degli umili, e mentre gli umili restavano tali, c’era chi su di essi costruiva una fortuna tracciando bei quadri. Le donne di facili costumi stanno nei luoghi dove la strada vicina è trafficata e tra le rovine c’è ogni tipo di anfratto dove appartarsi. Costoro difendono il territorio di cui si appropriano così come fanno le belve, che con la stessa ferocia difendono cibo e figli, e in questo regno disonesto che diventa onesto non si ammettono intrusi. Il misero con loro si sente uomo, diventa padrone della vita e acquista coraggio anche se quel mondo potrebbe impaurirlo.

 

Ausilia Gulino

 

 

SHARE

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY