“Prima che tu dica pronto”. Quando si pensava in grande

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Nuova puntata di “Prima che tu dica pronto”, rubrica culturale a cura di Centumcellae News.

“Quando ero ragazzino, il costume di chi veniva educato alla politica era andare ad ascoltare i comizi di tutti. I comizi erano grandi momenti di alfabetizzazione popolare. Si tornava a casa da un comizio e si aveva voglia di aprire un libro, di approfondire un argomento di storia o di geografia. La politica era la scoperta del mappamondo e il confronto con la dimensione del tempo lungo della Storia.”
Così Nichi Vendola parlava poco più di una settimana fa sul livello del dibattito pubblico, in generale.
Il trionfo della semplificazione, del basso ventre, “dell’Italietta della panciera”.
Di chi ormai pensa che il dibattito debba essere semplice, per essere compreso, per essere fruibile. Mentre la realtà che ci circonda, invece, è sempre più complicata, sfaccettata, che necessita di approfondimenti.
Da quando -parlare di difficile- come facevano i grandi leader della sinistra del Novecento è diventato qualcosa di sbagliato? Da quando l’intento pedagogico della politica è stato ritenuto qualcosa di elitario?

Ecco perché ho rispolverato questo libro del 2013. “Quando pensavamo in grande” di Rossana Rossanda.
Inutile che io vi stia a raccontare la biografia di questa ragazza del secolo scorso, classe 1924. Una vita, una militanza, una professione, una correttezza di via, che ha percorso il secolo breve, e che di questo nuovo secolo, comprende ragioni e pieghe profonde, ma non ci sta. Come un vestito stretto, scomodo.

Lukàcs, Aragon, Sartre, Grumbach, Althusser, Fischer, Sachs, Rodinson, Sweezy, Salvador Allende, Melo Antunes, Delors, Mendès France, Badinter. Trentin, Ingrao, De Rita, Cofferati, D’Alema, Bertinotti.

Venti interviste per il Manifesto che la Rossanda ha scritto durante il Novecento. Riflessioni, approfondimenti, letture di politica nazionale ed internazionale.

“Perché uno straordinario tessuto di grandi idee è stato cosi combattuto e sconfitto? “

Questa è la domanda che dovremmo porci, come è stato possibile che un così grande patrimonio di idee, lavoro, eticità sia stato sconfitto a favore della semplificazione, della barbarie che oggi è la comunicazione politica?

Esistevano partiti di massa che creavano connessioni di stato sociali, nessi di solidarietà, punti di riferimento. Che non banalizzavano, non semplificavano. Coloro che militavano nei grandi partiti novecenteschi si informavano, sapevano, leggevano.
Ognuna di queste interviste, anche a quaranta anni di distanza, erano state scritte per volontà di conoscenza e approfondimento, che ora sembra essere elemento di disturbo.

Ora tutto deve essere semplice, banale, corporeo.

 

VDG

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