Intervista esclusiva all’attrice Hong-hu Ada, madrina dell’ITFF di Civitavecchia dal prossimo 28 settembre .

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Andrà in onda questa sera la prima attesissima puntata di Squadra Antimafia. Per questa ottava stagione, la fiction di canale 5 vedrà arricchito il proprio cast da nuovi protagonisti tra cui la splendida Hong-hu Ada, madrina dell’International Tour Film Festival 2016, che si racconta in questa intervista.

Ciao Hong-hu, grazie della disponibilità.
Grazie a voi.
Come è cambiato il tuo approccio alla recitazione passando dal palcoscenico al cinema per poi approdare sul piccolo schermo con Squadra Antimafia 8? Cosa porti con te delle tue esperienze pregresse?
Sicuramente è stato un passaggio marcato, è la mia prima volta in una serie TV italiana. Come tutti sanno, vengo dal cinema americano e italiano e dopo 17 film è arrivato questo ruolo importante in Squadra Antimafia 8, ruolo presente in tutte e le puntate tranne che nella 7. Si tratta di un passaggio molto forte perché non è la stessa cosa, soprattutto quando si viene da film americani. Avevo recitato con Abel Ferrara in due film, “Mary” e “Go go tales”, nei musical a Broadway e New York, e qui ero passata per il western con la regia di Emiliano Ferrera, ma anche se con un regista italiano e ambientata in Abruzzo, era una pellicola girata in lingua inglese e comunque internazionale, quindi alla serie TV italiana ero abituata pochissimo o niente. Ero anche un po’ spaventata perché i tempi di regia erano diversi (nelle fiction sono più veloci, c’è tanto da girare) ed è un tipo di recitazione più cronachistica perché quotidiana, racconta storie di tutti i giorni, quindi completamente altro rispetto ai film che avevo interpretato finora (storici, western, fantasy e anche animationmovies). I due registi di Squadra Antimafia 8 i registi, i due grandi Renato De Maria e Samad Zarmandili, erano perfettamente a conoscenza della mia realtà, una ragazza nata negli Stati Uniti e che negli Stati Uniti aveva fatto la maggior parte dei progetti, e ne sono stati più contenti, per loro era un valore aggiunto, anche se per me era la prima volta. Il cinema per me è stato una base di cemento armato, importantissima, che mi ha poi dato slancio nella fiction. Se c’è stato un salto non è stato traumatico, ma piuttosto direi di trionfo.
Crescendo negli Stati Uniti hai avuto l’opportunità di confrontarti con diversi ambienti artistici e di coltivare diverse discipline raggiungendo un’invidiabile formazione a “tutto tondo” che comprende opera, canto, composizione, teatro, cinema. Pensi che ci siano differenze tra il modo di fare arte in Italia e oltreoceano?
C’è una grandissima differenza e mi piange il cuore a dirlo. Vorrei che l’Italia si allineasse gli Stati Uniti ma anche all’Europa (Londra, Berlino) dove si ha un modo di intendere l’arte a 360°. Potrei citare alcuni dei milioni di esempi (Nicole Kidman, Anne Hathaway, Jennifer Lopez, Will Smith, Hugh Jackman, Kevin Costner, Jamie Foxx) di attori hollywoodiani e premi oscar che passano dalla recitazione allo spartito musicale senza alcun problema perché negli Stati Uniti nelle Università si studia dal canto alla composizione, dal solfeggio alla recitazione, dall’improvvisazione al controllo delle emozioni e non c’è una differenza di ruoli: gli attori sanno cantare e i cantanti sanno recitare. In Italia non ci sono queste cose, mentre lì è normalissimo. Io stessa ho recitato nel “King Lear” al CoventGarden, a Londra, e c’erano attori di teatro che erano anche grandissimi musicisti e cantanti. Se si hanno entrambi i talenti, ovviamente, si passa da un’arte all’altra. Io vorrei portare questo modello qui: sono cantante e cantautrice, attrice, suono il pianoforte e il koto (l’arpa giapponese) e molti si stupiscono cercano di capire se mi senta più l’una o l’altra cosa. Sono tutte quante, perché in un altro contesto sarebbe inconcepibile non esserlo. Il talento è comunicante, il pentagramma non è diverso dal copione, come gli anelli di una collana sono uniti da un gancio.
L’Italia negli Stati Uniti non è dimenticata, anzi, è ricordata come casa di una produzione cinematografica e musicale secolare. Ricorderanno il maestro Fellini, Leone, Mastroianni, Visconti ma anche Puccini. L’America ricorderà con grande nostalgia e trarràcontinuamente ispirazione da tutto questo, quindi è un peccato che l’Italia rimanga indietro.
Pur mostrando precocemente il tuo talento nel mondo dello spettacolo non hai trascurato la carriera universitaria laureandoti in Scienze Politiche. In che modo l’esperienza accademica ti ha arricchito?
Studiando all’università, ovviamente c’erano tanti esami di diritto e di storia, occorreva un metodo di studio concreto e una grande disciplina, anche perché era mio desiderio laurearmi il prima possibile, prima dei quattro anni accademici consueti. Quel metodo preciso, con date e scadenze da rispettare, quella costanza e l’introspezione mi hanno aiutato quando studiavo recitazione, leggevo un copione o studiavo musica. Una fetta del successo che sto avendo adesso è dovuto proprio allo studio universitario e a quella disciplina.
Oltre a essere una polistrumentista vanti ben tre album e quattro singoli pubblicati. Hai modelli a cui ti ispiri nella composizione e nella scrittura dei testi? Parlaci del tuo processo creativo.
Fin da bambina ho avuto due modelli che mi hanno guidato e ispirato nell’evoluzione della mia vocalità, Whitney Houston e Mariah Carey, non voglio assolutamente paragonarmi a loro, ma semplicemente perché ho intrapreso lo studio del gospel, seguendo lo stesso percorso artistico di Whitney Houston: il gospel negli Stati Uniti si insegna nelle chiese, in particolare il gospel nero, lei si è formata ad Atlanta, io a Miami, stessa cosa per Mariah Carey. Nel processo creativo invece, avendo origini orientali, seguo un processo del tutto diverso. Noi non scriviamo con uno strumento, ma decodifichiamo le melodie che, secondo un principio che ha una tradizione millenaria, sono codificate nelle fragranze della natura (nel miele, nell’olio, nel vino, nell’acqua o nei fiori). È un’esperienza sinestesica. Così è nata la maggior parte delle mie canzoni.
Di recente sei tornata a prestare la tua voce per Shira, uno dei personaggi della saga “L’era Glaciale”, in occasione dell’uscita in sala del quinto capitolo “In rotta di collisione”. Come è stato tornare a doppiare la grintosa tigre dai denti a sciabola? Pensi di continuare a muoverti nel doppiaggio?
Senza dubbio ero più sicura rispetto a “L’Era Glaciale 4”. Era il 2012 ed era la prima volta che mi approcciavo al doppiaggio;quest’anno ero più forte e credo che la differenza si sia sentita nella mia voce che ho prestato anche per la colonna sonora. È stata un’esperienza più bella rispetto alla precedente, prima di tutto perché è un’Era Glaciale diversa, con colori come il rosa e l’azzurro (mentre nella precedente era più sui toni del giallo), e poi perché quella di adesso è una Shira più consapevole di sé che ha eliminato il lato aggressivo. Non è più nemica della tigre Diego ma è innamorata di lui, insomma una tigre dai denti a sciabola che non usa le zanne ma i suoi occhi a mandorla, occhi che però le diventano a cuore quando vede il suo compagno. A breve continuerò a lavorare nel doppiaggio per una serie di cartoni animati nella quale sarò la protagonista.
Tra le tue tante interpretazioni, qual è il ruolo che hai sentito più tuo?
Sicuramente l’ultimo, quello di Squadra Antimafia. L’agente Sarah è una sorta di Lara Croft, molto internazionale ma anche molto italiana, un personaggio molto complesso, misterioso, una ragazza che ha una formazione militare, una stratega che non ha bisogno di parlare troppo, ma che al tempo stesso è molto rispettata dai suoi capi. È un personaggio bello, credo che ogni attrice vorrebbe interpretarne uno del genere. È anche un’agente dei servizi segreti un po’ diversa da quelli del cinema e della vita di tutti i giorni chemi dicono esseren persone basse di statura e molto mascoline. Invece qui hanno scelto una ragazza con un’altezza imponente (con i tacchi superavo molti attori uomini), capelli lunghissimi, occhi a mandorla. È un ruolo stuzzicante, uno di quelli che mi è piaciuto di più, come quello di Shuna in “Shuna The Legend”.
E quello che vorresti interpretare in futuro?
Non so per quale motivo, ma sono sempre stata scelta per ruoli fortissimi, ambigui, maschili. Sono stata la partigiana, la segretaria pazza isterica, la tigre dai denti a sciabola, adesso l’agente dei servizi segreti, tutti personaggi estremi che combattono, sparano, ammazzano, non c’è mai posto per i sentimenti, la sensualità, la femminilità! Vorrei una commedia per interpretare finalmente il ruolo di una ragazza come me, che si innamora, una persona normale che magari ne combina di tutti i colori, ma che alla fine mi rispecchi. Mi piacerebbe molto lavorare con Paolo Genovese, credo che sia un maestro in questo. In ogni caso vorrei ruolo che si distacchi da tutti quelli che ho interpretato finora, dove poter anche cantare, perché no.
Cosa ti ha colpito di Civitavecchia e dell’International Tour Film Festival?
Il Festival mi ha colpito per la sua internazionalità e anche se piccolo è un polmone che porta aria nuova. Con il suo presidente Piero Pacchiarotti eravamo amici da prima e sono stata felicissima perché è una persona che capisce di cinema, ama il cinema e le arti ad esso connesse, ama il mix e l’internazionalità, sceglie registi stranieri che pur non essendo famosissimi hanno le loro peculiarità. Tutto questo mi ha colpito e mi ha fatto accettare questo ruolo di madrina. Non vedo l’ora che arrivi il 28 settembre, spero di fare bella figura!

Durante l’inaugurazione del festival, il 28 settembre, Hong-hu, incontrerà fotografi e fan indossando un’esclusiva creazione dello stilista Gai Mattiolo.

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