Dacia Maraini a S. Marinella: “I muri non sono mai serviti a niente”

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SANTA MARINELLA – “Colei che ci ha fatto compagnia con le sue parole, con i suoi libri, con il suo teatro, con il suo impegno”: è così che Cristina Perini, responsabile della biblioteca comunale di Santa Marinella, ha descritto Dacia Maraini, presente nella serata di ieri, martedì 31 maggio.

L’agognata ospite è stata infatti invitata a tenere un incontro per discutere del suo ultimo libro, “Il sognatore e la bambina”, e conseguentemente delle tematiche sociali che lo hanno ispirato. Il racconto, infatti, non è soltanto la storia di un padre malinconico aggrappato al ricordo della figlia perduta, ma è il manifesto dell’abbattimento delle barriere sociali del razzismo, dello scetticismo e del pregiudizio, che in particolar modo nelle piccole comunità non permettono l’omologazione e l’integrazione.

“Siamo esseri umani, tutti capaci di distruggere e di costruire – ha dichiarato infatti l’autrice – senza farne una questione di genere: gli uomini non sono tutti cattivi come le donne non sono tutte buone. La soluzione sta nel trovare, indipendentemente dal proprio sesso, dalla propria religione, dalla propria origine, dalle proprie convinzioni, un compromesso che ci renda persone civili nella sfera dell’etica e nel campo dell’educazione”.

Questi ultimi due valori sono perfettamente incarnati dal protagonista del romanzo, il maestro Nani Sapienza, che dopo aver visto comparirgli in sogno una bambina dai tratti simili a quelli della figlia perduta prematuramente, scopre in seguito che proprio quella bambina è scomparsa, e sarà grazie al contributo dei suoi allievi che riuscirà a portare avanti le sue indagini nel contesto disilluso di un piccolo villaggio dove darsi per vinti risulta più facile che lottare per la verità.

“I bambini sono il mezzo per sconfiggere il pregiudizio – ha spiegato la Maraini – con l’animo puro, che tuttavia rischia sempre troppo spesso di essere sporcato da erronee convinzioni derivanti da un contesto sociale stretto e poco aperto alla multiculturalità”.

Sono proprio i bambini ad essere i destinatari della saggezza del maestro Sapienza, che cerca di trasmettergliela attraverso l’espediente del racconto. A questo proposito, che rapporto ha lei con la fiaba e la narrazione, dei tòpoi piuttosto ricorrenti nelle sue opere?

“Ritengo che la fiaba, la favola, intesi come racconti, facciano leva sui sensi: di conseguenza danno più emozioni di un insegnamento che viene dall’alto e che riguarda soltanto la razionalità. Sono strumenti che toccano i sensi e sono molto più coinvolgenti. I bambini del romanzo lo hanno percepito, e dimostrano una perpetua attenzione alle narrazioni del maestro”.

Per quanto concerne invece la dimensione onirica, qual è la sua importanza ai fini dell’intreccio? Perché la scelta del sogno come inusuale canale di informazione?

“Trovo che il sogno dia un elemento di surrealtà che è sempre utile per non appiattire la narrazione; dà un certo lievito, eleva i pensieri e rende tutto possibile”.

A lei è mai capitata un’esperienza simile a quella del maestro?

“No, non in questi termini, ma so che può capitare. Il nostro cervello lavora un decimo di quello che potrebbe lavorare effettivamente, e certe percezioni che nello stato di coscienza ci sfuggono, nel sogno possono invece risultare evidenti e manifestarsi come fatti reali”.

Proprio alla fine del sogno, descritto nell’incipit del romanzo, il protagonista vede scomparire la figura della bambina dentro ad uno stormo di “uccelli bianchi e neri”; come mai ha deciso di inserire in questo modo l’elemento ornitologico? Che significato si cela dietro a questa figura ambivalente degli uccelli?

“Mi piaceva l’idea del dialogo, un dialogo anche con se stessi; un dialogo che si ha, se non propriamente con la coscienza, quanto meno con la realtà. La figura del volatile infatti riporta il maestro al buon senso: lui ha la tendenza a distaccarsi dalla tangibilità del mondo reale e gli uccelli ce lo riportano, in maniera anche un po’ cinica, distogliendolo dalla sua aderenza alle cose elevate”.

La figura della bambina, può dirsi invece metonimia di tutto il genere femminile? C’è un fenomeno culturale e sociale che si nasconde dietro il suo singolo caso?

“Si, quello della violenza sulle donne, sui minori, è qualcosa che non si finirà mai di combattere. Certamente, anche le donne sanno essere terribili, ma sono storicamente abituate a sublimare, e hanno introiettato determinati comportamenti. Ed è proprio questo che il maestro cerca di insegnare ai suoi alunni, allontanarsi dal pregiudizio, saper pensare con la propria testa ed essere responsabili. Vuole che imparino ad accogliere, a fare progetti; i muri non sono mai serviti a niente”.

Giordana Neri

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